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Il periodo Italico Romano
Testi a cura del prof. Giuseppe Grossi  maggiori info autore

  
La tomba I della necropoli
delle Paludi al momento della scoperta luglio 1985
(foto G. Grossi)

La prima Età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) vede il vasto territorio di Celano interessato, come tutta la Marsica e Italia centrale, da una nuova realtà insediamentale e socioeconomica legata al fenomeno dell "incastellamento" italíco: da villaggi di pianura perilacustri e vallivi si passa a nuovi insediamenti d'altura dapprima circondati da palizzate lignee e successivamente da alti muri a secco composti da grandi blocchi di roccia calcarea locale: gli ocres in lingua italica locale, i centri fortificati d'altura ricordati dalle fonti storiche romane del V-IV secolo a.C. come oppida e castella. 
 
I vecchi villaggi dell'età del bronzo vengono abbandonati e sui loro resti, o nelle vicinanze, si impiantano le nuove grandi necropoli di tombe a tumulo circolari. La prova di questo cambiamento ci è offerta dall'innalzamento notevole dei livelli lacustri e dalla saga marsa di Archippe ricordata da Plinio (nat.hist., 111, 108): una leggenda marsa in cui veniva ricordata la fine di una "città" marsa sommersa dall'innalzamento delle acque fucensi ed in cui si può cogliere il ricordo corale delle fine traumatica del sistema insediamentale fucense del bronzo finale (Grossi 1980; 1989). 
Ma le ragioni dell"'incastellamento" non possono essere attribuite ai soli cambiamenti climatici, ma anche all'aumento della conflittualità umana nell'area dato il potenziamento della proprietà privata e problemi di sovrappopolazione.
 
Di questi centri fortificati dell'età del ferro sono riconoscibili nel territorio preso in esame quelli di "S. Vittorino" (Tallia ?) sull'altura della Serra e di "Colle Petto della Corte" sotto Monte Ventrino sull'enclave celanese di Forca Caruso ed i vicini ocres di "Monte Secine" (Caela) di Aielli e "Monte Faito" (Fagitula ?) di S. Potito e "Monte Malevona" di Ovindoli posto sopra Bussi: il primo di notevoli dimensioni si sviluppa per una lunghezza di 1 km ed una larghezza di 500 metri con superficie interna di 48 ettari e piccola acropoli sulla quota 1324 (Grossi 198 ; 1989); il secondo di modeste dimensioni (0, 25 ettari) si colloca sul versante nord-ovest del Monte Ventríno su una altura a quota 1241 che domina il Piano di Baullo e gli accessi alla Valle dell'Aterno ed al Fucino (Grossi 1980; Mattiocco 1983).
 
A questi abitati fortificati sono relative le necropoli di tombe a tumulo circolare come quella di Paludi, di "Le Mòrgini" con sepolture che hanno restituito armi di ferro (spade e lance in ferro) di VI-V secolo e quella vicina di "Stazza Grande", sotto il Cimitero di Celano in territorio di Aielli dove fu trovata una tomba maschile con gladio a stami (spada corta) in ferro del VII-VI secolo a.C. (De Nino 1886). Dall'esame delle sepolture arcaiche (con corredo funerario mancante di vasellame ceramico) si evince l'appartenenza delle genti celanesi alla "cultura Fucense", cultura primaria nella formazione della grande unità culturale "Safina" che emergendo già dalla prima età del ferro nelle conche interne dell'Appennino abruzzese si diffonderà in tutta l'Italia centrale, dall'Abruzzo all' Umbria e alle Marche, al Lazio, al Molise ed alla Campania, fino alla formazione della stessa Roma: tre dei primitivi re romani erano Safini (= Sabinos in latino), Tito Tazio, Muma Pompilio e Anco Marzio; safina era la Legge Feziale (Jus Fetiale) e le divinità di Feronia e Angerona (dalla marsa Angitia).

Dall'esame delle sopravvivenze toponomastiche antiche e altomedievali si può riconoscere l'esistenza di una comunità italica insediata sulle alture dell'antico monte dal probabile nome italico di Cela (Caelum in latino), nome italico ancora conservato nella località "Cèle" di Aielli posta sulla destra delle Gole di Aielli-Celano. Alla comunità celanese dell' età del ferro, retta da un re (raki) e principi guerrieri (nerf ), dovevano appartenere i due centri fortificati di S. Vittorino (Tallia = Talium in latino ?) e Monte Secine (Cela), con i loro disfatti recinti murari, le capanne interne straminee foderate in argilla e i numerosi frammenti di ceramica d'impasto relativa a dolia e vasellame da mensa dell'VIII-IV secolo a.C.
 
Con il V secolo a.C. l'arcaica società fucense basata su tanti piccoli e medi ocres retti da re e principi guerrieri ed in eterno conflitto fra di loro, entra in crisi grazie ai contatti con l'evoluto mondo greco, contatti mediati dal mercenariato italico locale operante in Campania ed in tutta la Magna Grecia. La crisi porta alla nascita della comunità aristocratica di tipo repubblicano (touta in lingua safina = civitas in latino), comunità corrispondente ad uno o più ocres, retta dapprima da nerf ("principi") e successivamente dai meddices tudici ("magistrati pubblici supremi" eponimi). 
Un nsieme delle tante toutas fucensi nel corso della seconda metà del V secolo costituirà uno stato federale (nomen) ricordato dalle fonti romane col nome di Marsi. La prova di questo cambiamento è avvertibile nelle sepolture fucensi di V-IV secolo a.C. con l'apparizione di sepolture "modeste" e più consone alla nuova realtà sociale maggiormente equalitaria. Si avvertono cambiamenti notevoli: nelle abitazioni con l'apparizione delle coperture fittili di tegole e basamenti in muratura; nella produzione del vasellame ceramico si introduce la ruota da vasaio; nell'ambito sacrale si sviluppano i santuari urbani e rurali soprattutto grazie al contributo dei numerosi mercenari marsi al servizio delle città della Magna Grecia, mercenari avvertibili grazie al ritrovamento di numerosi bronzetti di Marte ed Ercole (Celano 1887), numi tutelari delle spedizioni militari, e della monetazione in argento e bronzo con monete di Capua, Cuma, Neapolis, Phistelia, Paestum, Cales, Arpi, ecc. databili dal V agli inizi del 111 secolo a.C.
 
Sul finire del IV secolo a.C. lo stato federale dei Marsi entra in conflitto con Roma durante la 111 guerra sannítica, guerra che porterà alla definitiva sconfitta del 302 a.C. ad opera del console e dittatore romano Valerlo Massimo con la presa delle "città munite" di Plestinia, Fresilia e Milionia, la perdita di una parte del territorio marso ("agri multatis ") e la concessione di un trattato di pace ("foedus") da parte romana, trattato che renderà i Marsi socii militari di Roma dal 111 secolo fino agli inizi dei 1 secolo a.C.: "Profectus dictator cum exercitu proelio uno Marsos fundit. Compulsis deinde in urbes munitas, Milioniam, Plestinam, Fresilíam intra dies paucos cepit et parte agri multatis Marsis foedus restituit. " (LIVIO , X, 3, 5-6).
Quale fu il territorio marso preso dai Romani ed attribuito alla nuova colonia di Alba Fucens creata nel 302 a.C. sui confini del territorio equo con l'invio di ben seimila coloni ("Soram atque Albam coloniae deductae. Albam in Aequos sex milia colonorum scripta " = LIVIO, X, i) ?: dagli studi più recenti il territorio marso inserito nell'ager Albensis ("territorio di Alba") è riconoscibile in quello compreso fra l'Incile di Avezzano e la strada che da Celano porta alla Stanga fino alla strada circonfucense, questo soprattutto attraverso lo studio della centuriazione, ovvero la divisione in lotti regolari dei campi agrari albensi (Van Wonterghem 1989-199 ). Quindi tutto il territorio agrario celanese e l'ocre di S. Vittoríno furono inseriti nel territorio di Alba Fucens ad esclusione di quello collinare e montano posto ad est della Gole di Aielli-Celano che rimase in mano marsa: è possibile che la comunità marsa celanese sopravvissuta alla conquista romana si sia spostata sull'ocre di Secine e nel nuovo vicus ("villaggio") di Cela o Caelum sorto nel III secolo a.C. alla base del centro fortificato in direzione di Foce (Grossi 1985).
 
Con il 111 secolo a.C. quindi il territorio fucense di Celano viene a far parte dell'ager Albensis, territorio diviso in lotti regolari, delimitati da stradine e fossi, con le sue ville rustiche (villae) e reativi fondi agrari (fundi), con i suoi fana ("santuari") e vici ("villaggi") ed attraversato dal tracciato della via Valeria, la via consolare iniziata da Valerio Massimo già dal 307 a.C. (LIVIO, IX, 43, 25) e portata fino alla confluenza della circonfucense alla località "Arcu" (Aereoporto di Celano) nel corso della prima metà dell III secolo a.C. La stessa e ancora riconoscibile nel conservato tracciato del tardo medievale Regio Tratturo di Celano-Foggia dalla localita "Cellitto" di Paterno fino alle Cese di S. Marcello, superando il Rio di S.Potito e il torrente La Foce, attraversando le localita di Pratovecchio, Porciano, Fonte Battaglia, Pratolungo, Atrano, La Fossa e Palombara (Grossi 1990). Dei vici conosciamo, oltre quello di Caelum di "Cele" di Aielli, anche quello di "Colle Felicetta" sotto S. Vittorino strutturato probabilmente su terrazze e segnalato da frammenti fittili riferibili a tegolame e ceramica di III-I secolo a.C. Indizi di un'area sacra sono segnalati a "Porciano" fra il Rio di S. Iona e il Rio di S. Potito dove "si rinvennero anche monete e idoli di bronzo" (De Nino 1886). Con l'eta augustea, dopo il Bellum Marsicum del 91-89 a.C., il territorio celanese viene inserito nella regio IV d'Italia (Sabina et Samnium ) ed attribuito ai municipia di Alba Fucens e Marruvium con 1'iscrizione alle tribu Fabia (Alba) e Sergia (Marruvio). L'area pianeggiante posta fra Paterno e La Foce-Stanga rimase parte integrante dell'ager Albensis, mentre l'enclave montana del Sirente-Ventrino fu inserita nell' ager del nuovo municipio marso di Marruvium. 
IL potenziamento dell'area descritta viene segnato nel I secolo d.C. dagli interventi dell'imperatore Claudio, sia con il prosciugamento parziale del lago Fucino (52 d.C.) che con il prolungamento della via Valeria (la nuova ClaudiaValeria), dal quadrivio della Stanga (Arcu) verso Cerfennia (Collarmele), Mons Imeus (Forca Caruso) e da questo per la valli peligne e marruccine ad Ostia Aterni (Pescara) (It.Ant., 309, 2-4; Tabula Peut., segm. V, 1). 
  
Il territorio agrario fu nuovamente centuriato in modo definitivo nel 149 d.C. (Lib.Col., I, 244, 13; II, 253, S-I4) come si evince dai lunghi assi viari (cardines) paralleli della centuratio albense, orientati a nord-est e ancora ben evidenti fra Paterno e Celano fino alla Stanga dove iniziava la lottizzazione agraria di Marruvio, il Marsus municipium (Lib. Col. , I, 229, 6-7; II, 256, 23-28). Questa definitiva lottizzazione del territorio nel II secolo deve aver fatto riferimento alla nuova acquisizione delle terre fucensi emerse dopo i lavori idraulici sul bacino lacustre fatti sotto gli imperatori Traiano e Adriano (98-138 d.C.): in questa occasione si dovette procedere ad estendere la centuratio albense nell'ex alveo lacustre (Letta 1994), realizzare una nuova circonfucense e soprattutto potenziare i fundi con le loro villae più vicine alle nuove terre emerse. A fare le spese di questa nuova disponibilita di terre nel piano furono le ville montane più lontane dal Fucino, come quella di S. Potito che fu abbandonata fra la fine del II e gli inizi del III secolo (Gabler-Redo 1989). 
La crescente importanza del nuovo municipio marruvino deve aver portato ad un miglioramento del diverticolo viario di collegamento fra la Claudia-Valeria e Marruvium ed in generale anche della circonfucense: non a caso alla Stanga in territorio di Aielli, all'inizio dello stesso diverticolo, e segnalata 1'esistenza di un grande mausoleo (cenotatio) dedicato da Alfia Prima al figlio Vettio Scatone, tribuno militare e senatore romano discendente del famoso condottiero marso del 8ellum Marsicum, morto all'età di 25 anni nel castrum di Mogontiacum in Germania durante una rivolta legionaria del 70 d.C.: /M(arco). Vettio. M(arct'). f(ilio). pr(onepoti). S Jer(gia tribu). Scatoni. III. viro //capitali. trib]uno. militum.in//Germania. legio Jnis. (quartae). Macedon(icae). /(Quaestori J. designato. /(Alfia. f(ilia). n(epos).J Prima mater. (Letta 1990); lo stesso fenomeno e avvertibile lungo la circonfucense nella località "Torre" dove un grande mausoleo (I secolo d.C.?) segna in maniera netta 1'importanza dell'asse viario perilacustre, mausoleo riutilizzato nell'altomedioevo come parte absidale della chiesa di Sanc ti Basylii in Turre (Grossi 1980). 
   
E' proprio da Marruvium (S. Benedetto dei Marsi) che viene la più antica testimonianza del vicus Caelum nella famosa iscrizione onoraria di Arunculeia, potente esponente di una famiglia senatoria romana, una patrona a cui gli abitanti dei villaggi marruvini di Caelum, Agellus, Urvinum e Aprusculum eressero una statua nel foro della stessa citta marsa fra la fine del II e l'inizio del III secolo d.C.: .......//- - - J Aurunctul Jeiae / - - - J //- - - J Caelani A gellan/i J Urvi/nate Js Aprusclulani  ? / .......... (Letta-D'Amato 1975, n. 33; Letta 1988). 
Quindi come si evince da questa iscrizione il vicus di Caelum o Caelanus doveva trovarsi nella localita che ancora ne conserva i resti e il nome, sul pendio di "Cele" di Aielli in territorio marruvino a contatto con il limes ("confine") albense (Grossi 1985; Grossi 1989, 210). 
   
A questi vici si affiancano le proprietà agrarie (fundi) con le loro ville segnalate da necropoli, iscrizioni, resti murari e sopravvivenze altomedievali. Soprattutto i fundi Secuntianus e Porcianus con le loro ville in opera incerta e reticolata, le necropoli di tombe a cappuccina fittile di Casanova e Porciano (De Nino 1886; Celano 1886-1888), le iscrizioni funerarie riferibili ai servi e liberti: da Porciano = d.M.s//SucJesso. C. lul/- - - / - - -Jiani.ser(vo).ac/toriJ / /HelJpis.eius(dem).co/niu / giJ bene.meren/ti / cuJm.quo.vixit.a.VI/m.VIIl.d.III/p(osuit). (CIL IX, n. 3652); da Casanova-Secunzano = C.Marcio.Bruto/Marciae C.l. Auctae/Marciae.C.l. Calliste/vixit.annos.VII (CIL ix, n. 4008). 
   
Da una iscrizione di età imperiale rinvenuta "in agro Celani" agli inizi del XIX secolo conosciamo il fundus Favillenianus con i suoi villici e liberti: d.M.s/Naevie P/.1.J/aecu- sae.F/e J / lix. vil(licus).e/t J /famili/a J /de fun/do J /Favill/e J / niano / conitugi J / o/ptimae J /p(osuerunt J (CIL IX, n. 3651). 
Ad un grande fundus tardo-antico e riferibile la testimonianza toponomastica altomedievale della curtis monastica di Oretino, localizzabile nel triangolo delimitato dal centro storico di Celano, dalla località Porciano, dalla riva fucense di Palude e dalle località Torre e Monterone sul versante est, probabilmente riferibile ad un originario fundus Oretinus (vedi il P.Alfius Oretinus di Pescina in CIL IX, n. 3705). 
Altri ritrovamenti murari e tombali segnalano ville romane a "Morgini" (De Nino, cit.), "Palude", "Monterone" (Celano l886-1888) e "Santa Croce-Bussi" dove a monte del ciglio ovest della la S.S. Vestina Sarentina Sbis, al km 48,100, si vedono i resti tagliati da una cava di una cisterna mononave a pianta rettangolare in opera cementizia e vicine murature in opera incerta e reticolata con presenze ceramiche dalla tarda età repubblicana fino al tardo-antico. 
  
In quest' ultima località sono state scavate recentemente dalla Soprintendenza Archeologica d'Abruzzo tombe a cappuccina di età imperiale certamente riferibili alla strutture precedentemente descritte. 
Altri due modesti fundi dovevano estendersi da Bussi a S. Iona ed oltre nelle località "Vecchiarano" e "Marciano" (fundus Marcianus?), segnalati da tombe, aree di frammenti fittili ed i cui nomi ci sono conservati dai toponimi e dalla chiesa di S. Maria di Colle Marciano di S. Iona (Corsignani 1738 la, 638). 
Ad una villa tardo-antica deve probabilmente riferirsi il ritrovamento a Celano durante la seconda guerra mondiale di un "Ripostiglio di monete antiche" (Celano 194045). 
Lo stesso vale per le necropoli di tombe a copertura fittile "a cappuccina" segnalate nel 1886 dal De Nino (cit.) nelle localita "Fonte Battaglia" (con la sua "Viarella dei Morti"), "Pratolungo" e "Coppa d'Oro" poste sul percorso della via Valeria, relative a ville collegate alla via consolare ed ai vari diverticoli confluenti in essa. 
  
Mentre nell'ager Albensis sono documentate iscrizioni relative a fundi appartenenti a famiglie romane (Porcii, Marcii, Oretinii, Favillenianii, ecc.) oltre il decumano della Stanga sono invece documentate famiglie marse come i Vettii, Divii, Acavii, Farusanii, Annii, Longeii e i Durvitii di "le Margini" con la loro iscrizione funeraria presente nella stalletta della famiglia Villa presso il passaggio a livello della S.S. n. 5 bis VestinoSarentina al km 47,9, iscrizione in cui e indicata la sepoltura della moglie tiberino-etrusca, Magilia, del marso Duorvitio: Magilia /Ouorviti (uxor) /sepulta. /Have et vale. (LettaD'Amato 1975, n. 3). 
Dal ritrovamento di un blocco con iscrizione funeraria, avvenuto a Celano nel 1830 insieme ad "un bel idoletto di marmo.... ed una bella statua" (Guarini 1830), conosciamo la tomba (mausoleo?) di un tribunus militum operante in Egitto nelle terza legione Cirenaica al tempo di Nerone nel I secolo d.C.: (- trib(unus).mil(itum).? J leg(ionis).III.C/yrenaicae (Letta-D'Amato 1975, n. 1). 
   
Ad un militare locale del I secolo a.C. e da riferire il frammento di fregio con raffigurazione di armi di tipo celtico visibile su uno spigolo di un palazzetto di Via Capo del Colle nelle adiacenze della cinta del Castello Piccolomini. Quindi lungo la via Valeria, sugli assi della centuriazione e nelle vicinanze delle villae e vici, sorgono necropoli di tombe a cappuccina, relative a servi e liberti, e grandi monumenti funerari di gentes e militari di carriera locali.
 


Veduta dell'acropoli a quota 1324.
(foto G. Grossi)

L'enclave montano del SirenteVentrino solcato sul lato orientale dalla stessa Valeria e dotato di due stationes, le "stazioni di servizio" di Cerfennia (Collarmele) e Mons hneus (Forca Caruso), mentre diverticoli si staccano verso i pascoli alti utilizzati dalle monticazioni stagionali degli ullevamenti ovini, bovini ed equini dei vici e ville locali: la parte piu bassa e riservata al pascolo dei suini data la presenza numerosa di querce. 
Dall'esame complessivo delle nostre attuali conoscenze, il II e III secolo vedono l'espandersi delle grandi ville ad economia agricola grazie alla disponibilità delle nuove e fertilissime terre del bacino fucense definitivamente fruibili dopo i lavori idraulici di Traiano ed Adriano. Saranno queste ville perilacustri a sopravvivere alla crisi della struttura municipale fucense ed alle invasioni barbariche e costituire la base su cui si modellera il sistema curtense altomedievale. 
  
Le principali attività economiche del territorio albense e marruvino, come in tutta la Marsica antica, sono in età imperiale soprattutto indirizzate verso 1'attivita agricola testimoniata dalle fonti con colture cerealicole, frutticole e vinicole (PLINIO, Nat.Hist., XV, 83; COLUMELLA, Agric., III, 9; V, 8, 6): all'agricoltura era associata la pesca, mentre il territorio montano era utilizzato per il taglio dei boschi, la caccia, come pascolo di suini, ovini e bovini (Letta 1972; Mertens l981), con una "transumanza verticale" stagionale, dal piano al monte. 
Con la tarda età imperiale, al tempo di Marco Aurelio, i territori di Alba e Marruvio si trovano inseriti nella Urbica Dioecesis per poi passare nella res privata dell' imperatore Settimio Severo, nel distretto "Salaria-Tiburtina-Valeria": con Aureliano e tino al 350 circa sono nella Valeria, suddivisione del precedente distretto; da Romolo Augustolo e fino all'arrivo dei Longobardi, insieme ai territori sabini e vestini, costituiscono la provincia Valeria, provincia fondamentalmente Marsorum tanto da passare nell'ordinamento ecclesiastico col nome di Marsia (Letta 1972). 
  
Il tracollo del sistema economico albense al termine del mondo antico fu causato da diversi fattori, dal gravoso terremoto del 375 (Letta 1994), dall' arrivo nella provincia Valeria nel 410-412 di Alarico ed i Visigoti, ma soprattutto dalla distruttiva guerra gotico- bizantina (535-553 d.C.) che determino il collasso della struttura economica ed insedia- mentale: soprattutto nell'inverno del 537-38 quando il comandante bizantino Giovanni, mandato da Bellisario, dopo aver espugnato gli oppida goti di Ortonam e Aternum Marsica antica, sono in età imperiale soprattutto indirizzate verso l'attivita agricola testimoniata dalle fonti con colture cerealicole, frutticole e vinicole (PLINIO, Nat.Hist., XV, 83; COLUMELLA, Agric., III, 9; V, 8, 6): all'agricoltura era associata la pesca, mentre il territo- rio montano era utilizzato per il taglio dei boschi, la caccia, come pascolo di suini, ovini e bovini (Letta 1972; Mertens l981), con una "transumanza verticale" stagionale, dal piano al monte. 
  
Con la tarda età imperiale, al tempo di Marco Aurelio, i territori di Alba e Marruvio si trovano inseriti nella Urbica Dioecesis per poi passare nella res privata dell' imperatore Settimio Severo, nel distretto "Salaria-Tiburtina-Valeria": con Aureliano e tino al 350 circa sono nella Valeria, suddivisione del precedente distretto; da Romolo Augustolo e fino all'arrivo dei Longobardi, insieme ai territori sabini e vestini, costituiscono la provincia Valeria, provincia fondamentalmente Marsorum tanto da passare nell'ordinamento ecclesiastico col nome di Marsia (Letta 1972). 
  
Il tracollo del sistema economico albense al termine del mondo antico fu causato da diversi fattori, dal gravoso terremoto del 375 (Letta 1994), dall' arrivo nella provincia Valeria nel 410-412 di Alarico ed i Visigoti, ma soprattutto dalla distruttiva guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.) che determino il collasso della struttura economica ed insediamentale: soprattutto nell'inverno del 537-38 quando il comandante bizantino Giovanni, mandato da Bellisario, dopo aver espugnato gli oppida goti di Ortonam e Aternum (Pescara) risali lungo la via Valeria per raggiungere e svernare ad Alba Fucens: "Bellisario, ...., ordino a Giovanni, tiglio della sorella di Vitaliano, di svernare con i suoi ottocento cavalli presso la città di Alba, situata nel Piceno" (PROCOPIO, Bell. Goth., II, 7). L'arrivo delle milizie bizantine nella provincia Valeria dovette portare a saccheggi, devastazioni e massacri anche a danno della popolazione civile che provocarono, come riferisce Procopio da Cesarea, una gravissima carestia nel 5'39 con la morte di ben 50.000 contadini nel solo Piceno (cit., II, 20).
E' probabile che in questo periodo le genti locali abbiano riutilizzato, come difesa, i vecchi ocres marsi d'altura come documentato dai ritrova- menti di ceramica sigillata africana di VI secolo (tipo Hayes 87) a S. Vittorino e di una fibula bizantina in bronzo a forma di pavone (lunga cm 3,5 e databile fra il VI e il VII secolo) sul Monte Secine. 
 
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